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Zingarata Sarda, di Maria Giulia Amadasi Guzzo

venerdì 21 gennaio 2005

Tornata dalla “Zingarata sarda”, ho appena finito di leggere il “Resoconto” di Sergio Ribichini e le “Considerazioni” di Vittorio Castellani. Io - che non sono archeologa e che mi occupo soprattutto di iscrizioni fenicie - provo comunque a fissare ora, qui, qualche mia riflessione che questo viaggio e le opinioni degli altri mi hanno fatto venire in mente.

La Sardegna è il primo paese dove, una volta laureata, sono andata a lavorare. Per tre anni ho scavato la fenicia e punica Monte Sirai (Carbonia). C’erano Ferruccio Barreca, allora Soprintendente a Cagliari, Giovanni Garbini, responsabile della squadra romana, Piero Bartoloni, compagno di studi e specializzato a quel tempo nelle fotografie; c’erano poi Vittorio Pispisa, ispettore onorario, e Giuseppe Lai, assistente allo scavo. E vennero, giovani sposi, Mohammed e Delila Fantar, lui ai primordi della carriera. Infine, per un periodo breve, Mounir Bouchenaki, che avevo già conosciuto a Kerkouane, in Tunisia. A quel tempo gli studi sulla penetrazione“orientale” in Sardegna erano appena agli inizi e - quanto a me - non conoscevo nulla, né dei Cartaginesi, né della cultura sarda locale. Anche io - allora - ovviamente ho visitato Barumini e sono rimasta, oltre che stupita, perplessa e meravigliata: mi pareva un mondo così diverso e incomprensibile, incommensurabile rispetto ai centri fenici che allora conoscevo: incommensurabile! Non tanto e non solo per la potenza delle costruzioni, ma proprio per la struttura degli impianti, che presupponevano una società complessa, che non ero però in grado di immaginarmi e che perciò mi appariva “estranea”. A Monte Sirai avevamo trovato tre piccoli bronzi, che sono sempre stati classificati come nuragici, ma che erano datati in un periodo piuttosto basso (certo non prima del VI secolo a. C.). La loro fattura mi sembrava ben diversa dai bronzetti nuragici che avevo visto a Cagliari; ma erano diversi anche dai bronzi fenici che conoscevo. E’ stato allora - e in parte a causa di tutti questi misteri - che ho poi deciso di lasciare l’archeologia e di occuparmi della - per me più familiare epigrafia del mondo “orientale del I millennio”, diventata col tempo essenzialmente fenicia e punica.
Ulteriori vicende mi hanno chiuso alla Sardegna. E adesso, però - dopo il libro di Sergio e dopo questo piccolo Grand Tour di verifica che ci ha spinto a fare - davvero la vedo con occhi e occhiali nuovi e con un’ignoranza assoluta e con una gran voglia di colmarla. Il senso di estraneità, infatti, si è trasformato in meraviglia e voglia di saperne di più. Sto leggendo il libro di Massimo Pallottino sulla Sardegna nuragica. Rivisito così in parte quello che ho appena visto; confronto le ricostruzioni di Pallottino con quanto ho sentito spiegare nel corso di questo viaggio. Mi accorgo che molti sforzi sono stati concentrati sulla Sardegna fenicia e punica, molti di meno su quella nuragica: ma in tutti e due gli ambiti - con poche eccezioni - gli studi sono rimasti in qualche misura “provinciali”. Una cosa soprattutto mi ha colpito: le conoscenze concrete sulla cultura nuragica sono molto progredite dai tempi di Pallottino (basta leggere la bella prefazione che gli dedica Giovanni Lilliu): la cronologia si è precisata, le diverse fasi culturali sono state collocate in modo più esatto l’una rispetto all’altra - sia per quanto riguarda le date, sia per quanto riguarda la diffusione regionale - i rapporti con il mondo esterno sono stati individuati almeno in parte... Ma, l’impianto d’insieme nella ricostruzione della storia e della cultura della Sardegna antica non sono molto cambiati. La Sardegna continua a esser vista come una zona marginale, dove ogni elemento culturale è stato portato da fuori: una regione che riceve, che assimila, che conserva e eventualmente modifica a modo suo gli apporti esterni, ma che non dà niente o quasi agli altri. La cultura “nuragica” - con poche eccezioni - mi sembra sempre essere ancora studiata in gran parte come una “faccenda interna”, poco aperta al confronto senza pregiudizi con il circostante mondo mediterraneo (ma credo che questa mia visione sia un po’ deformata dal fatto che non ho letto quanto è stato finora scritto e non sono al corrente del progresso degli studi). Uno dei meriti del libro di Sergio, è di averci costretto a guardare le cose, lo sviluppo e la trasmissione delle conoscenze, da un punto di vista diverso rispetto al passato, in parte opposto, ma anche aperto e sgombro da idee preconcette. Finalmente quest’isola, che in quasi tutti gli studi viene allegramente saltata o comunque considerata poco, diventa a pieno titolo “protagonista” nella cultura del Mediterraneo (sul suo ruolo si interrogava Pallottino, ma senza dare, però, una risposta, anzi dando nell’insieme una risposta negativa). La “carrellata” di monumenti che abbiamo potuto vedere durante questa nostra “Zingarata”, mi sembra che abbia più che mai messo in evidenza l’entità di questa cultura e la precocità di alcune tecniche che la contraddistinguono. Sembra così davvero ormai indispensabile studiarla in maniera sistematica, ma senza troppi condizionamenti imposti da precedenti interpretazioni: usando i metodi che l’archeologia ha acquisito nel corso degli ultimi decenni, ma anche ponendosi una serie di domande che derivano proprio dal modo diverso di valutarla nell’ambito generale.
Sulle concrete iniziative da intraprendere, io non ho molto da dire, perché il mio mestiere è molto settoriale. Vittorio Castellani ha messo per scritto proposte concrete, che non posso che approvare. E certo - credo - che si dovrebbe o si potrebbe agire in più direzioni: a livello di studio del territorio (densità dei centri “abitati”, possibile definizione del territorio controllato, rapporto “torri nuragiche” ed eventuali villaggi), avviando lo scavo campione di un insediamento scelto per determinati requisiti. Si possono contemporaneamente immaginare studi collaterali di vario tipo: dall’antropologia, alla linguistica, e nello stesso tempo acquisire quel che la genetica va rivelando....
Anche di classi di materiali e - se possibile (in quanto siano conservati) - di corredi, in modo da poter capire per esempio cosa è contemporaneo a che cosa (mi sembra che il problema di una cronologia sicura che ancora oggi manca - già lamentata decenni fa anche da Michel Gras - sia ancora abbastanza in primo piano). Sembra indispensabile la collaborazione con le soprintendenze locali, per poter materialmente avere i permessi, anche di vedere i materiali. La collaborazione con le università - sarde, continentali, internazionali - sarebbe anche molto importante: studenti appassionati, pubblicazioni locali e tematiche, accesso a fondi, scambi d’idee tra specialisti di discipline differenti permetterebbero, certo, di far avanzare la comprensione di un’isola appena tornata in mezzo al mare.
La conclusione di tutto è che ci vuole davvero un impegno di tutti noi a portare avanti un progetto. E questo naturalmente richiede passione, fatica, appoggi...
La “Zingarata” di Sergio mi ha di fatto dimostrato che non solo questo impegno è necessario, ma anche che sarebbe ricompensato da risultati - particolari e generali - importanti proprio per la Sardegna e l’intero Mediterraneo. Devo ringraziarlo Sergio per questa opportunità: opportunità per me - per prima cosa - di spingermi ad allargare i miei orizzonti. Ma si deve andare oltre. Per questo è indispensabile lo scambio dei diversi pensieri e delle diverse esperienze. Così, come ci dice Reynaldo che sulla cultura da organizzare la sa più lunga di tutti noi, teniamoci in contatto tutti quanti, noi“zingari”, e facciamo in modo (scusate il tono sentenzioso) che questa Carovana delle Nuove Curiosità vada avanti.