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Il Geologo / Mario Tozzi

giovedì 30 dicembre 2004

Geologo Cnr.
Pubblicato su "L’Indice", settembre 2002, con il titolo "Atlantide era in Sardegna, le Colonne d’Ercole in Sicilia".

Ma com’era cominciato tutto? Da un toro bianco, dalle piccole corna come gemme, che rapisce Europa o da due continenti che se la contendono: l’Asia e "la terra senza nome"? E dove affondano le radici i miti dei nostri antichi: in eventi solamente simbolici, carichi di significati psicoanalitici e di risvolti sociali e culturali, nei misteri religiosi oppure in avvenimenti realmente accaduti, in fenomeni naturali e nelle pieghe di una storia che è prima di tutto fisica? A rispondere a queste domande non è più soltanto il raffinato cultore delle iniziazioni primordiali, ma un robusto archeologo e giornalista che ha le sembianze corpose e acute dell’outsider, Sergio Frau, con un libro che irriterà qualcuno e sconvolgerà molti altri: l’istruttoria per restituire le Colonne d’Ercole al Canale di Sicilia e il mito di Atlantide alla realtà tutta profana di Sardegna. Proviamo a cambiare completamente angolo visuale e prepariamoci a stravolgere le nostre convinzioni sull’antichità più remota, quella di quando gli uomini avevano appena preso coscienza di essere popoli e i fenomeni naturali incidevano in profondità nella compagine sociale e negli animi. Frau istituisce una fantastica processione all’incontrario: un flusso di leggende, di miti, di eroi e di mostri che riprendono possesso dei luoghi che Erotostene aveva fatto loro abbandonare quando decise di spostare a Gibilterra ciò che era sempre stato tra Africa e Sicilia. Di prove a sostegno, in questa prima parte dell’inchiesta, se ne mostrano a decine: da quelle etimologiche (come il clamoroso rovesciamento dell’Erakles nel Milqart punico), a quelle toponomastiche (Tartesso, che in Spagna non si è mai trovata e che in Sardegna c’è ancora oggi), a quelle archeologiche (reperti fittili decisamente identici in posti ritenuti antipodali), ai tempi di navigazione degli antichi (che proprio non tornano per arrivare a Gibilterra e che sono esatti per la Sirte), a quelle più concrete, quelle segnate dalla geologia. Una modernissima carta dei fondali del Mediterraneo ci palesa com’è in realtà il Canale di Sicilia e quanto fangosi siano quei fondali: possibile che non ci avesse mai pensato nessuno prima? Tutti gli antichi che parlano di Colonne d’Ercole, citano fondali bassi e fangosi ma il mare di Gibilterra possiede profondità superiori ai 300 metri, e di fango da quelle parti non se ne è mai visto. Chiunque si sia mosso in Tunisia verso le isole Kerkenna lo sa: boe di segnalazione e una vera e propria "pista" obbligata da seguire per le imbarcazioni che ti conducono lì. Attenzione, se cambiano di posto le Colonne d’Ercole cambia il mondo: gli dei del Tramonto, i miti dell’Occidente, Atlantide: tutto torna a essere qui vicino, nel vero Atlantico che non è mai stato Oceano. La struttura del libro si innesta su descrizioni analitiche e minuziose alla luce di nuovi dati, reinterpretazioni e intuizioni, come se si stesse svolgendo un processo proprio adesso, in un forum tra i grandi nomi dell’archeologia moderna, gli studiosi dei miti e i filologi insieme ai geografi e ai filosofi dell’antichità. Lo stile di Frau procede per domande incalzanti e mescola lo stupore per la scoperta che si andava profilando con l’attenzione nel non fare passi meno che documentati. Disseminate in tutto il corpo del testo, figure, fotografie, diagrammi (e perfino disegni di Bucchi) a sfondare la geometria già violentata delle pagine per restituirci il procedere spesso turbinoso delle conoscenze, il mescolarsi dei ricordi, il prendere corpo dei sospetti che ci hanno finora raccontato un mondo che invece era disposto in un’altra maniera. Frau ci rivela che Delfi, con Apollo e gli oracoli, era una specie di servizio segreto dell’antichità, necessità di riservatezza sulle notizie che i navigatori riportavano dalle rotte commerciali e capacità di tenerle segrete per secoli e trasmetterle solo a coloro che ne erano degni: se anche Platone fosse stato a conoscenza della vera posizione di Atlantide non l’avrebbe certo rivelata nei suoi dialoghi. E se ci fosse un errore - e invece di 9.000 si trattasse di 900 anni -, non sarebbe da porsi la scomparsa di Atlantide in concomitanza con l’abbandono della Sardegna da parte dei popoli del mare che l’avevano abitata per secoli? Non aveva forse Atlantide mura circolari di bronzo e metallo, e qual è il più importante distretto minerario del Mediterraneo se non il Sulcis-Iglesiente? Altro che Cassiteridi e "isole dello stagno" da confinare in un mondo iperboreo che nessuno fra gli antichi si era mai sognato di collocare al di là della Manica. Questo è forse il punto più sconvolgente dell’inchiesta: per secoli gli uomini hanno cercato Atlantide in giro per gli oceani - da Santorini alle Azzorre, dalla Turchia al Giappone -, oppure hanno deciso che si trattava solo di una metafora platonica, ma invece era lì, davanti ai loro occhi, proprio dove si apre la pianura del Campidano, mare di terra fra i bastioni del Sulcis e la Sardegna sudorientale. Lì si fanno tre raccolti l’anno e il clima è eccezionalmente dolce, lì ci sono piombo, zinco, argento e la società era metallurgica fino dagli albori, lì ci sono i Thyrsenoi, cioè i "costruttori di torri" - i nuraghes -, cioè gli antenati degli Etruschi e magari pure dei Fenici e dei Cartaginesi, già sfuggiti da Oriente quando sulla Turchia imperavano gli Ittiti e poi rimbalzati, dopo un evento misterioso, fino in Egitto a fare da servi ai faraoni, ormai noti come Shardana. Ancora lì infine, la catastrofe: un terremoto e un maremoto che hanno colpito il Campidano distruggendo i nuraghes meridionali e ricoprendoli di fango, una melma che ha reso poi malsana l’aria e ha costretto a umilianti migrazioni quelli che, in definitiva, sono i progenitori di tutti noi. Affascinante - e per molti aspetti clamoroso -, il libro di Frau è prima di tutto una conferma dell’applicazione del metodo scientifico alla storia degli uomini e perfino ai miti più antichi, con buona pace di chi pensava che i sardi non sapessero navigare e che di viaggi solo psichici si dovesse trattare. In secondo luogo è un assoluto godimento della mente che ricompone quella dicotomia fra scienziati e umanisti che troppi danni ha già causato in un paese guastato, all’origine, dall’anatema crociano contro la scienza.

Magari occorrono ancora altre prove - sondaggi geologici nel Campidano che trovassero tracce di antichi terremoti convincerebbero anche i più scettici - forse, ci saranno resistenze da parte di chi ha finora ricostruito la storia dei miti come una introspezione onirica, ma a pensarci bene, anche questo nasce da un sogno, solo che resta lì quando ti svegli e a farci i conti sono le nostre radici: è come se un pezzo di noi tornasse finalmente al posto che aveva, verso le terre del tramonto da cui siamo venuti.